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30 giugno 2021

Wearable devices: verso il lavoratore bionico?

Questi dispositivi trasformano l’operatore in un elemento interconnesso della smart factory

L’IoT, Internet delle cose o, per meglio dire, l’IoE, Internet of Everything, sta conquistando non solo molti dei nostri ambiti quotidiani e professionali, ma anche nuovi ambiti a cui mai e poi mai avremmo pensato solamente una decina di anni fa. I dispositivi wearable, costantemente interconnessi, sono divenuti oramai molto diffusi, soprattutto in ambito logistico, ma non solo: anche in molti processi industriali, così come in operazioni di manutenzione, iniziano a trovare il loro spazio, supportando l’operatore in modo interattivo. Per come si configurano, di qualunque tipo essi siano, questi device possono essere equiparati a dei veri e propri supersensori IoT che, unitamente alla capacità di monitorare i movimenti e le azioni degli operatori, sono in grado di catturare dati, pre-elaborarli e comunicare in modo smart.

I supersensori indossabili come gli smart glasses o i wrist-device possono dunque essere utilizzati, soprattutto in combinazione con sistemi di realtà aumentata e/o di intelligenza artificiale, per gestire in modo più efficace i processi, trasformando gli stessi operatori in elementi essenziali della fabbrica connessa. Ma allora, perché non compiere un ulteriore passo in avanti e sfruttare queste potenzialità non solo a fini di efficienza, ma anche di sicurezza?

Proprio a questo deve aver pensato ENI, che un paio d’anni fa ha sviluppato un progetto pilota in collaborazione con il MIT di Boston, mettendo a punto un insieme di tecnologie indossabili basate su sensori smart con l’obiettivo di aumentare il livello di salute e sicurezza dei lavoratori impegnati nelle sue raffinerie.

Una maglia opportunamente sensorizzata consente di misurazione in tempo reale la frequenza cardiaca, il ritmo della respirazione, la risposta galvanica della pelle e la posizione spaziale. Non solo. In essa sono integrati anche dei sistemi di rilevamento delle concentrazioni di monossido di carbonio e solfuro di idrogeno, consentendo di segnalare situazioni di potenziale pericolo, nonché di mappare la qualità dell’atmosfera nelle varie aree del sito di raffinazione. Oltre la maglia, le scarpe. Queste ultime, opportunamente sensorizzate, consentono di misurare il carico a cui il lavoratore è sottoposto al fine di avvisarlo con una vibrazione nel caso in cui gli oggetti sollevati fossero troppo pesanti.

Dedicato ad applicazioni simili, il dispositivo sensorizzato della statunitense Kinetic  consente, portandolo allacciato alla cintura dei pantaloni, di monitorare la postura durante le attività manuali, ad esempio nelle operazioni di assemblaggio o di movimentazione materiali. Test sperimentali hanno dimostrato una riduzione dei rischi di distorsione o stiramento addirittura di oltre il 90%.

“Grandioso!” verrebbe da dire. Tuttavia, l’impiego di queste tecnologie apre ad alcune questioni molto spinose, legate alla tutela dei dati personali e alla privacy del lavoratore. Ancora da esplorare, inoltre, sono gli aspetti legati all’esposizione RF e alle emissioni elettromagnetiche che, tra l’altro, vengono generate a stretto contatto con il corpo essendo il dispositivo, per l’appunto, indossato. Insomma, la tecnologia sembra promettere bene, ma di strada da fare ce n’è ancora parecchia.

Alberto Taddei